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Gennaio 2023

REBRANDING: COS’È, QUANDO FARLO E COME RINNOVARE UN BRAND

REBRANDING: COS’È, QUANDO FARLO E COME RINNOVARE UN BRAND

Cambiare logo significa fare un rebranding? Non necessariamente.

Il rebranding è un processo strategico attraverso il quale un’azienda modifica in maniera significativa il modo in cui il proprio brand viene posizionato, percepito e comunicato.

Può coinvolgere il nome, il logo, l’identità visiva, il tono di voce, i valori, il posizionamento e, nei casi più profondi, persino il rapporto che il marchio vuole costruire con il proprio pubblico.

Per questo un rebranding non dovrebbe mai nascere semplicemente dal desiderio di “cambiare immagine”.

Deve esserci una ragione strategica.

Un’azienda cambia, il mercato evolve, arrivano nuovi concorrenti e anche il pubblico può trasformarsi. Quando l’identità esistente non riesce più a rappresentare correttamente questa realtà, può essere arrivato il momento di ripensare il brand.

Cos’è il rebranding?

Il termine rebranding indica il processo attraverso il quale viene ridefinita, totalmente o parzialmente, l’identità di un marchio.

L’obiettivo può essere modificare la percezione del brand, raggiungere un nuovo pubblico, comunicare un cambiamento aziendale o costruire un posizionamento più efficace rispetto alla concorrenza.

Un progetto di rebranding può coinvolgere:

  • strategia e posizionamento;
  • naming;
  • logo;
  • colori e tipografia;
  • identità visiva;
  • tono di voce;
  • packaging;
  • sito web;
  • comunicazione;
  • punti vendita e segnaletica.

Non tutti i rebranding richiedono necessariamente di cambiare ogni elemento. La profondità dell’intervento dipende dal problema che l’azienda deve risolvere.

Qual è la differenza tra rebranding e restyling?

Rebranding e restyling non sono sinonimi.

Il restyling interviene prevalentemente sull’aspetto visivo di un marchio. Un logo può essere semplificato, modernizzato o adattato ai nuovi contesti digitali mantenendo però sostanzialmente invariati identità e posizionamento.

Il rebranding, invece, parte da una riflessione più profonda.

Può modificare il posizionamento, il pubblico, i valori, il linguaggio, il nome e l’intero sistema di identità del brand.

Possiamo sintetizzare la differenza così:

Restyling = cambia il modo in cui il brand appare.

Rebranding = può cambiare il modo in cui il brand vuole essere percepito.

Naturalmente, un progetto di rebranding può comprendere anche il restyling del logo e dell’identità visiva.

Quando è necessario fare un rebranding?

Non esiste una scadenza dopo la quale un’azienda debba necessariamente cambiare identità.

Un brand può funzionare per decenni se continua a rappresentare correttamente l’azienda e a essere rilevante per il proprio pubblico.

Esistono però situazioni nelle quali valutare un rebranding può essere particolarmente utile.

1. Il brand non rappresenta più l’azienda

Un’azienda può evolversi nel tempo.

Può iniziare offrendo un singolo prodotto e trasformarsi in una realtà molto più ampia, entrare in nuovi settori oppure modificare radicalmente la propria offerta.

Quando il marchio continua a raccontare ciò che l’azienda era invece di ciò che è diventata, nasce un problema di identità.

Il rebranding può riallineare percezione e realtà.

2. È necessario un nuovo posizionamento

A volte il problema non è l’identità grafica, ma il posto che il brand occupa nella mente del pubblico.

L’azienda può voler entrare in una fascia di mercato più alta, rivolgersi a un pubblico differente o allontanarsi da un’immagine ormai troppo legata al passato.

In questi casi il rebranding diventa uno strumento di riposizionamento strategico.

3. Il marchio appare datato

Le mode non dovrebbero guidare completamente il branding.

Cambiare logo ogni volta che cambia una tendenza grafica sarebbe un grave errore.

Esistono però identità visive che, con il passare degli anni, possono perdere efficacia, soprattutto quando sono state progettate per contesti ormai superati.

In questi casi può essere sufficiente un restyling, senza arrivare necessariamente a un rebranding completo.

La prima domanda da fare è quindi: il problema riguarda l’estetica o l’identità stessa del marchio?

4. La reputazione del brand deve essere ricostruita

Una crisi importante può compromettere la percezione di un marchio.

In alcune circostanze il rebranding può accompagnare un processo di cambiamento e contribuire a comunicare una nuova fase.

Ma attenzione: cambiare logo non cancella una cattiva reputazione.

Se non cambiano concretamente comportamenti, prodotti o servizi, il pubblico percepirà rapidamente il rebranding come una semplice operazione cosmetica.

5. L’azienda è coinvolta in una fusione o acquisizione

Quando due realtà si uniscono, nasce una domanda fondamentale: quale identità dovrà rappresentare la nuova organizzazione?

Si può mantenere uno dei marchi esistenti, creare una combinazione oppure costruire un’identità completamente nuova.

In questi casi il rebranding diventa anche uno strumento per comunicare la nascita di una nuova realtà aziendale.

6. Il brand entra in nuovi mercati

L’internazionalizzazione può rendere necessario verificare che nome, simboli, colori e messaggi funzionino anche in culture e lingue differenti.

Un nome perfettamente efficace in un paese può essere difficile da pronunciare, avere associazioni indesiderate o risultare poco comprensibile altrove.

Il rebranding può quindi accompagnare l’espansione internazionale del marchio.

7. Il nome dell’azienda deve cambiare

Il renaming, ovvero il cambiamento del nome del brand, è uno degli interventi più delicati.

Può diventare necessario quando il vecchio nome limita la crescita, non descrive più correttamente l’azienda, genera problemi legali o non funziona nei mercati in cui il brand vuole espandersi.

Cambiare nome significa però rinunciare almeno in parte alla notorietà accumulata.

Per questo dovrebbe sempre essere una decisione strategica, mai semplicemente estetica.

Rebranding totale e rebranding parziale

Non tutti i progetti hanno la stessa profondità.

Rebranding totale

Un rebranding totale comporta una trasformazione profonda dell’identità.

Può includere un nuovo nome, un nuovo posizionamento, un nuovo logo, un diverso linguaggio visivo e una nuova strategia di comunicazione.

È indicato soprattutto quando esiste una forte discontinuità tra passato e futuro dell’azienda.

È anche l’intervento più delicato perché rischia di perdere parte della riconoscibilità e del valore costruiti nel tempo.

Rebranding parziale

Un rebranding parziale mantiene invece alcuni elementi riconoscibili del marchio e ne modifica altri.

Può riguardare il sistema visivo, il tono di voce, il packaging o determinati aspetti del posizionamento.

È spesso la scelta migliore quando il brand possiede già un patrimonio di riconoscibilità che sarebbe controproducente eliminare completamente.

Quali sono i vantaggi di un rebranding?

Quando nasce da una strategia corretta, un rebranding può portare diversi benefici.

Può aiutare un’azienda a differenziarsi dalla concorrenza, raggiungere nuovi clienti, rendere più chiaro il proprio posizionamento e costruire un’identità più coerente con la realtà aziendale.

Può inoltre riportare attenzione sul marchio e creare una nuova occasione di comunicazione.

Ma forse il vantaggio più importante è un altro: permette di riallineare ciò che l’azienda è, ciò che comunica e ciò che il pubblico percepisce.

Quando questi tre elementi coincidono, il brand diventa più forte.

Quali sono i rischi di un rebranding?

Cambiare non significa automaticamente migliorare.

Un rebranding può anche generare confusione, perdere riconoscibilità o allontanare clienti affezionati alla vecchia identità.

Uno degli errori più frequenti è eliminare elementi distintivi soltanto perché sembrano “vecchi”, dimenticando che proprio quegli elementi possono rappresentare un enorme patrimonio per il marchio.

Un altro rischio è seguire eccessivamente le tendenze.

Se tutti i brand utilizzano gli stessi caratteri, gli stessi colori e lo stesso stile minimalista, il risultato può essere un’identità più moderna ma anche meno riconoscibile.

Un buon rebranding deve quindi trovare un equilibrio tra evoluzione e continuità.

Come fare un rebranding: le fasi principali

1. Analizzare la situazione attuale

Prima di progettare qualcosa di nuovo bisogna capire cosa non funziona nell’identità esistente.

È necessario analizzare:

azienda, pubblico, mercato, concorrenti, reputazione e percezione del brand.

Bisogna soprattutto identificare quali elementi possiedono già valore e quali, invece, rappresentano un limite.

2. Definire obiettivi e pubblico

Perché vogliamo cambiare?

Vogliamo raggiungere nuovi clienti? Entrare in un nuovo mercato? Aumentare il valore percepito? Comunicare un cambiamento dell’azienda?

Senza un obiettivo chiaro è impossibile valutare successivamente se il rebranding abbia funzionato.

3. Ridefinire il posizionamento

Prima del logo viene la strategia.

Bisogna chiarire valori, personalità, promessa, pubblico e differenziazione rispetto ai concorrenti.

Solo quando sappiamo cosa deve rappresentare il brand possiamo decidere come dovrà apparire.

4. Progettare la nuova brand identity

A questo punto la strategia viene trasformata in un sistema visivo.

Logo, colori, tipografia, immagini, packaging e tutti gli altri elementi devono lavorare insieme per creare una brand identity coerente e riconoscibile.

Le regole vengono generalmente raccolte all’interno di linee guida o di un brand manual.

5. Pianificare l’applicazione della nuova identità

Un rebranding non finisce quando viene approvato il nuovo logo.

Bisogna applicarlo a sito web, social media, documenti, packaging, insegne, veicoli, uniformi, punti vendita e tutti gli altri touchpoint del marchio.

Per grandi organizzazioni questa fase può essere molto più complessa e costosa della progettazione stessa.

6. Comunicare il cambiamento

Un rebranding importante dovrebbe essere spiegato.

Clienti, dipendenti e partner devono comprendere cosa cambia e soprattutto perché cambia.

Raccontare le ragioni della nuova identità aiuta a trasformare il cambiamento in un’occasione per rafforzare la relazione con il pubblico.

7. Misurare i risultati

Dopo il lancio è importante osservare la risposta del pubblico.

Notorietà, percezione del marchio, traffico, conversioni, vendite e feedback possono aiutare a capire se gli obiettivi iniziali sono stati raggiunti.

Il rebranding non è quindi un evento isolato, ma l’inizio di una nuova fase nella vita del brand.

Alcuni esempi famosi di rebranding

Nike: da Blue Ribbon Sports a Nike

Uno degli esempi storici più interessanti riguarda Nike.

L’azienda nacque negli anni Sessanta come Blue Ribbon Sports e nel 1971 adottò il nome Nike insieme allo Swoosh destinato a diventare uno dei simboli più riconoscibili al mondo.

Qui non siamo davanti a un semplice restyling grafico: il cambiamento di nome e la costruzione della nuova identità contribuirono alla nascita del brand che conosciamo oggi.

Apple: evoluzione senza perdere riconoscibilità

La storia del logo Apple mostra invece qualcosa di diverso.

Il primo marchio del 1976 era un’illustrazione complessa con Isaac Newton sotto un albero. Fu rapidamente sostituito dalla celebre mela morsicata progettata da Rob Janoff.

Da allora il simbolo ha cambiato colori, effetti e modalità di rappresentazione, ma la forma fondamentale è rimasta riconoscibile.

È un ottimo esempio di come un’identità possa evolvere senza essere continuamente reinventata.

Barilla: quando è più corretto parlare di restyling

Nel 2022, in occasione del 145° anniversario, Barilla ha presentato una nuova identità visiva e un nuovo packaging.

Il celebre doppio ovale bianco e rosso è stato semplificato in un unico ovale rosso, con una tonalità più intensa e l’aggiunta dell’anno di fondazione, 1877.

L’intervento, sviluppato con Robilant, ha aggiornato il linguaggio visivo conservando però elementi fondamentali della riconoscibilità del marchio.

Questo caso è particolarmente interessante perché dimostra proprio la distinzione di cui abbiamo parlato: non ogni cambiamento di logo deve essere definito rebranding. In molti casi è più corretto parlare di restyling o evoluzione della brand identity.

Rebranding: cambiare senza perdere la propria identità

Un rebranding efficace non consiste nel cancellare il passato per inseguire qualcosa di nuovo.

La vera sfida è capire cosa conservare, cosa cambiare e cosa eliminare.

Gli elementi riconoscibili di un marchio rappresentano un patrimonio costruito attraverso anni di comunicazione e relazione con il pubblico. Modificarli senza una ragione può significare perdere valore; mantenerli quando non rappresentano più l’azienda può invece impedirle di evolvere.

Per questo un buon rebranding nasce sempre dalla strategia prima che dal design.

Il risultato migliore non è semplicemente un brand che appare più moderno, ma un’identità capace di rappresentare meglio ciò che l’azienda è oggi e ciò che vuole diventare domani.

 

 

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