NEVILLE BRODY: IL DESIGNER CHE HA RIVOLUZIONATO LA TIPOGRAFIA E IL GRAPHIC DESIGN

Ci sono graphic designer che interpretano lo stile della propria epoca e altri che contribuiscono a cambiarlo.
Neville Brody appartiene alla seconda categoria.
Designer, art director e tipografo britannico, Brody è diventato uno dei protagonisti del graphic design contemporaneo grazie a un approccio radicale alla tipografia e al design editoriale.
Il suo lavoro per riviste come The Face e Arena, le sperimentazioni tipografiche di FUSE e i numerosi progetti sviluppati durante la sua carriera hanno influenzato generazioni di designer.
Ma dietro il suo lavoro esiste soprattutto un’idea: il design non dovrebbe limitarsi a rendere le cose più belle. Dovrebbe comunicare, provocare, sperimentare e, quando possibile, far pensare.
Chi è Neville Brody?
Neville Brody nasce a Londra nel 1957 e cresce a Southgate, nella zona nord della città.
Studia prima all’Hornsey College of Art e successivamente graphic design al London College of Printing.
La sua formazione coincide con uno dei periodi culturalmente più interessanti della Gran Bretagna contemporanea.
Alla fine degli anni Settanta Londra è attraversata dal punk, dalla musica indipendente e da una cultura giovanile che rifiuta molti dei codici estetici e sociali tradizionali.
Quell’atmosfera influenza profondamente Brody.
Il punk non rappresenta soltanto uno stile grafico fatto di collage, fotografie, caratteri irregolari e composizioni aggressive.
Rappresenta soprattutto un atteggiamento.
Mettere in discussione le regole.
E questa volontà di sperimentare accompagnerà Brody per gran parte della sua carriera.
Dalla musica al graphic design
Come molti designer britannici della sua generazione, Brody trova nella musica indipendente uno straordinario territorio di sperimentazione.
Lavora alla progettazione di copertine, poster e materiali grafici per diverse band e per l’etichetta indipendente Fetish Records.
Il formato della copertina discografica permetteva ai designer di sperimentare con una libertà difficile da trovare nella comunicazione commerciale tradizionale.
Fotografia, lettering, simboli, collage e tipografia potevano diventare parte di un unico linguaggio.
Ma sarà soprattutto il mondo delle riviste a trasformare Neville Brody in uno dei nomi più importanti del graphic design internazionale.
The Face: la rivista che cambiò il design editoriale
Nel 1981 Brody diventa art director di The Face, rivista britannica dedicata a musica, moda e cultura giovanile.
È il progetto che segnerà profondamente la sua carriera.
Brody non considera la pagina semplicemente come un contenitore nel quale sistemare fotografie e testi.
La trasforma in uno spazio di sperimentazione visiva.
La tipografia diventa protagonista.
Le dimensioni dei caratteri cambiano radicalmente.
Le gerarchie tradizionali vengono messe in discussione.
Segni grafici, fotografie e lettere iniziano a dialogare in maniera inaspettata.
Il risultato è un linguaggio editoriale immediatamente riconoscibile.
The Face non si limita a raccontare la cultura giovanile degli anni Ottanta.
Visivamente ne diventa parte.
Ed è forse questa una delle più importanti lezioni del lavoro di Brody: il design editoriale non deve necessariamente limitarsi a organizzare il contenuto.
Può contribuire a costruirne il significato.

Quando la tipografia diventa comunicazione
Per comprendere Neville Brody bisogna partire dalla sua relazione con la tipografia.
Nella progettazione grafica tradizionale il carattere tipografico viene spesso considerato principalmente uno strumento per rendere leggibile un testo.
Brody amplia questa funzione.
Per lui le lettere possiedono una voce.
Un carattere può sembrare aggressivo, tecnologico, istituzionale, elegante, instabile o provocatorio ancora prima che il lettore comprenda il significato delle parole.
La tipografia non serve quindi soltanto a leggere un messaggio.
È parte del messaggio.
Questo principio diventa evidente nei suoi lavori editoriali, nei quali lettere, numeri e simboli assumono spesso una presenza visiva paragonabile a quella delle immagini.
Rompere le regole per creare un nuovo linguaggio
Una delle caratteristiche più riconoscibili del lavoro di Brody è la volontà di mettere continuamente in discussione le convenzioni.
Ma rompere le regole non significa ignorarle.
Per sperimentare realmente con una griglia, con una gerarchia tipografica o con la leggibilità bisogna prima comprenderne il funzionamento.
È una distinzione fondamentale.
La sperimentazione efficace non nasce necessariamente dal caos.
Nasce dalla capacità di capire quali regole possono essere modificate senza perdere completamente la comunicazione.
Ed è proprio in questa tensione tra ordine e disordine, leggibilità ed espressione, sistema e libertà che si sviluppa buona parte del linguaggio visivo di Brody.
Arena e l’evoluzione del design editoriale
Dopo l’esperienza con The Face, Brody lavora anche come art director di Arena, rivista maschile britannica nata nella seconda metà degli anni Ottanta.
Il progetto gli permette di continuare la ricerca sul rapporto tra fotografia, tipografia e struttura editoriale.
Ancora una volta il magazine diventa qualcosa di più di un semplice supporto per testi e immagini.
Diventa un oggetto progettato nella sua totalità.
Copertina, titoli, impaginazione, ritmo delle pagine, caratteri e fotografia partecipano alla costruzione di una stessa identità.
È ciò che oggi chiameremmo un vero e proprio sistema visivo editoriale.
FUSE: portare la tipografia oltre i suoi limiti
Nel 1991 Neville Brody e Jon Wozencroft danno vita a FUSE, uno dei progetti più interessanti della tipografia sperimentale contemporanea.
FUSE nasce come pubblicazione dedicata all’esplorazione delle possibilità offerte dalla tipografia digitale.
L’idea era radicale: il carattere tipografico non doveva essere considerato soltanto uno strumento funzionale.
Poteva diventare un territorio di ricerca.
Le lettere potevano essere deformate, frammentate, reinterpretate e spinte fino ai limiti della leggibilità.
Era anche il momento in cui il computer stava cambiando profondamente il mestiere del graphic designer.
Gli strumenti digitali permettevano di manipolare la tipografia con una libertà impensabile pochi anni prima.
FUSE trasformò questa nuova possibilità tecnica in sperimentazione culturale e progettuale.
Neville Brody e la rivoluzione digitale
L’arrivo del computer ha cambiato radicalmente il graphic design.
Operazioni che un tempo richiedevano procedimenti complessi diventavano improvvisamente accessibili direttamente al designer.
Brody comprese molto presto le potenzialità di questa trasformazione.
Il digitale non rappresentava soltanto un modo più veloce per realizzare ciò che prima veniva fatto manualmente.
Permetteva di immaginare nuovi linguaggi visivi.
La tipografia poteva essere modificata, programmata, distorta e trasformata.
Il designer acquisiva un controllo sempre maggiore sul processo creativo.
Ma con questa libertà nasceva anche un rischio che Brody avrebbe sottolineato più volte negli anni successivi: utilizzare gli stessi strumenti e gli stessi modelli può portare tutti a produrre risultati sempre più simili.
Un problema diventato ancora più evidente nell’era dei template, dei social network e delle interfacce standardizzate.
Research Studios e Brody Associates
Nel corso della sua carriera Neville Brody ha portato la propria ricerca oltre il mondo editoriale.
Nel 1994 fonda Research Studios, network creativo con cui sviluppa progetti internazionali di branding, comunicazione e design.
Successivamente nasce Brody Associates, studio attraverso il quale continua a lavorare su identità visive, tipografia e sistemi di comunicazione per organizzazioni e marchi internazionali.
La sperimentazione che caratterizzava le pagine di The Face trova così nuove applicazioni nel branding contemporaneo.
Cambiano i supporti.
Rimane la stessa domanda:
come possiamo costruire un linguaggio visivo capace di essere riconoscibile senza diventare prevedibile?
Il design non dovrebbe essere soltanto bello
Una delle idee più interessanti associate al pensiero di Brody riguarda il ruolo stesso del graphic design.
Viviamo circondati da immagini curate.
Siti web, applicazioni, social network, packaging e comunicazione aziendale sono progettati con livelli di qualità visiva impensabili alcuni decenni fa.
Eppure questa perfezione può produrre un paradosso.
Tutto funziona. Tutto è bello. Ma molte cose finiscono per assomigliarsi.
Quando gli stessi sistemi, griglie, interfacce e riferimenti vengono utilizzati continuamente, il design rischia di diventare semplicemente decorativo.
Per Brody il problema non è soltanto estetico.
Il design possiede la capacità di influenzare il modo in cui leggiamo le informazioni, comprendiamo un messaggio e interpretiamo ciò che ci circonda.
Per questo progettare significa anche assumersi una responsabilità.
Il design può farci pensare?
Il graphic design viene spesso associato alla comunicazione commerciale.
Vendere un prodotto.
Costruire un brand.
Realizzare un packaging.
Creare un sito.
Progettare un logo.
Naturalmente tutto questo fa parte della professione.
Ma il design può avere anche una dimensione culturale.
La scelta di una fotografia, il modo in cui viene costruito un titolo, la gerarchia delle informazioni e persino la scelta di un carattere tipografico possono cambiare il modo in cui percepiamo un contenuto.
Il designer non organizza semplicemente informazioni già esistenti.
Decide come quelle informazioni verranno viste.
Ed è qui che il pensiero di Brody diventa particolarmente interessante.
Il design non dovrebbe limitarsi a chiedersi:
“È bello?”
Dovrebbe chiedersi anche:
“Cosa sta comunicando?”
“Perché è stato progettato così?”
“Potrebbe essere fatto diversamente?”
Contro la standardizzazione del design
Oggi disponiamo di strumenti straordinariamente potenti.
Possiamo progettare un sito partendo da un template.
Creare una presentazione utilizzando modelli predefiniti.
Costruire un’interfaccia attraverso componenti già pronti.
Generare immagini e soluzioni grafiche in pochi secondi.
Tutto questo rende il design più accessibile e veloce.
Ma può produrre anche una crescente uniformità visiva.
Le stesse strutture.
Gli stessi caratteri.
Le stesse fotografie.
Le stesse interfacce.
Gli stessi riferimenti.
Il rischio è ottenere una comunicazione tecnicamente impeccabile ma priva di identità.
La lezione di Neville Brody assume quindi un significato ancora più importante:
gli strumenti dovrebbero ampliare le possibilità creative, non restringerle.
La tipografia deve rappresentare il proprio tempo
Brody non considera i caratteri tipografici elementi neutrali o eterni.
Ogni font nasce all’interno di un determinato contesto culturale e tecnologico.
Per questo ogni epoca può avere bisogno di nuovi caratteri capaci di rappresentarne lo spirito.
È una visione affascinante perché trasforma la tipografia in una sorta di documento storico.
Osservando le lettere di un determinato periodo possiamo riconoscere tecnologie, gusti, ideologie e aspirazioni di quella società.
La tipografia racconta il proprio tempo.
E il lavoro del designer non consiste soltanto nel scegliere un carattere.
Può consistere anche nel creare la voce visiva di un’epoca.
Neville Brody e l’insegnamento del design
Parallelamente all’attività professionale, Brody ha avuto un ruolo importante anche nella formazione di nuove generazioni di designer, collaborando con istituzioni come il Royal College of Art di Londra.
Il principio alla base del suo approccio didattico è coerente con tutta la sua carriera.
Non insegnare semplicemente agli studenti a produrre lavori formalmente corretti.
Spingerli a sviluppare idee.
A sperimentare.
A mettere in discussione ciò che già esiste.
A correre qualche rischio.
Perché conoscere perfettamente un software non rende automaticamente qualcuno un buon designer.
Gli strumenti possono essere imparati.
Le idee devono essere sviluppate.
Cosa possiamo imparare da Neville Brody?
La carriera di Neville Brody attraversa oltre quattro decenni di trasformazioni del graphic design.
Ha lavorato quando le pagine venivano progettate attraverso processi prevalentemente analogici.
Ha vissuto la rivoluzione della grafica digitale.
Ha assistito alla nascita del web, dei social network e alla progressiva standardizzazione delle interfacce.
Ma il principio centrale del suo lavoro è rimasto sorprendentemente coerente.
Non accettare automaticamente ciò che esiste già.
Per un designer significa osservare le regole, comprenderle e domandarsi se esista un modo migliore, più interessante o più significativo di comunicare.
Non significa cercare l’originalità a tutti i costi.
Significa evitare di progettare semplicemente per abitudine.
Neville Brody: quando il design diventa pensiero
Forse l’eredità più importante di Neville Brody non è un carattere tipografico, una copertina o una particolare impaginazione.
È un atteggiamento verso il progetto.
Il graphic design non dovrebbe limitarsi a decorare un contenuto.
Deve organizzarlo, interpretarlo, renderlo riconoscibile e attribuirgli una voce.
La tecnologia continuerà a cambiare.
Cambieranno i software.
Cambieranno i supporti.
Cambieranno i linguaggi visivi.
Ma resterà una differenza fondamentale tra utilizzare uno strumento e progettare.
Lo strumento permette di realizzare.
Il designer deve avere qualcosa da dire.