SEGNALETICA STRADALE: STORIA, CURIOSITÀ E DESIGN DEI SEGNALI
SEGNALI DI PASSAGGIO
Li vediamo continuamente e quasi non ce ne accorgiamo più.
Cerchi rossi, triangoli, frecce, numeri, pittogrammi e pannelli accompagnano praticamente ogni nostro spostamento. Sono talmente integrati nel paesaggio urbano ed extraurbano che è difficile immaginare una strada senza di loro.
Eppure la segnaletica stradale rappresenta uno dei sistemi di comunicazione visiva più complessi ed efficaci che utilizziamo quotidianamente.
Deve riuscire a trasmettere un’informazione in pochi istanti.
Essere comprensibile a distanza.
Funzionare di giorno e di notte.
E inoltre deve essere riconoscibile anche mentre ci muoviamo.
E soprattutto, in molte situazioni, deve essere interpretata correttamente senza bisogno di leggere una sola parola.
Da questo punto di vista, un segnale stradale è molto più interessante di quanto possa sembrare.
È graphic design applicato alla necessità di comunicare nel modo più rapido possibile.
Perché abbiamo ancora bisogno dei segnali stradali?
Oggi possiamo raggiungere praticamente qualsiasi destinazione utilizzando uno smartphone.
GPS, navigatori satellitari e applicazioni ci indicano dove svoltare, quale strada scegliere e persino quanto tempo impiegheremo ad arrivare.
Si potrebbe quindi pensare che la segnaletica tradizionale abbia perso parte della propria importanza.
È esattamente il contrario.
Un navigatore può suggerirci un percorso, ma non può sostituire il sistema di informazioni che regola fisicamente la strada.
Limiti di velocità.
Divieti.
Precedenze.
Pericoli.
Attraversamenti pedonali.
Indicazioni temporanee.
Direzioni.
Informazioni locali.
La segnaletica continua quindi a rappresentare una componente essenziale della mobilità e, soprattutto, della sicurezza stradale.
La tecnologia può affiancarla.
Non sostituirla.
Un linguaggio visivo che comprendiamo quasi senza pensarci
Uno degli aspetti più affascinanti della segnaletica è che abbiamo imparato a interpretarne il linguaggio in maniera quasi automatica.
Un triangolo ci mette in allerta.
Un cerchio bordato di rosso comunica generalmente un limite o un divieto.
Una freccia indica una direzione.
Il colore, la geometria e il simbolo lavorano insieme per permetterci di capire il messaggio nel minor tempo possibile.
Non è casuale.
Dietro ogni segnale esiste un sistema progettato per ridurre al minimo l’ambiguità.
Ed è proprio questo che rende la segnaletica un eccellente esempio di comunicazione visiva.
Prima ancora di leggere, riconosciamo.
Ma chi ha iniziato a mettere i cartelli sulle strade italiane?
Per trovare le origini della moderna segnaletica stradale italiana dobbiamo tornare alla fine dell’Ottocento.
E il protagonista di questa storia non nasce come ente pubblico.
Un ruolo fondamentale fu infatti svolto dal Touring Club Italiano, nato nel 1894 inizialmente come Touring Club Ciclistico Italiano.
L’aumento degli spostamenti e del cicloturismo rendeva sempre più evidente un problema: orientarsi lungo le strade non era affatto semplice.
Nei primi documenti dell’associazione iniziarono quindi a comparire discussioni sulla necessità di installare quelli che venivano definiti “indicatori ai crocicchi” o “cartelli indicatori”.
Il principio era semplice.
Quando un viaggiatore arrivava a un incrocio, doveva poter sapere quale strada prendere senza essere costretto ogni volta a chiedere informazioni.
Sembra ovvio oggi.
Alla fine dell’Ottocento non lo era affatto.
1895: comincia l’avventura della segnaletica italiana
Il 1895 viene generalmente indicato come uno dei momenti fondamentali nell’avvio dell’attività di segnalazione stradale del Touring.
Realizzare e installare cartelli in tutto il territorio, però, richiedeva risorse.
Per questo iniziarono campagne di raccolta fondi rivolte ai soci, ma anche a privati, enti, associazioni e imprese.
E qui troviamo una curiosità che oggi potrebbe sembrare sorprendente.
In alcuni casi chi contribuiva economicamente alla realizzazione della segnaletica poteva ottenere visibilità direttamente sul cartello.
Una sorta di antenato della sponsorizzazione.
Anche un’infrastruttura apparentemente neutra come la segnaletica aveva quindi bisogno di trovare un modello economico che ne permettesse la diffusione.
I primi segnali erano molto diversi da quelli di oggi
Se potessimo percorrere una strada italiana dell’inizio del Novecento, probabilmente rimarremmo sorpresi dall’aspetto dei cartelli.
La segnaletica non aveva ancora raggiunto la standardizzazione alla quale siamo abituati.
I primi segnali utilizzati dal Touring erano caratterizzati da fondo azzurro e scritte bianche, mentre i pali di sostegno potevano essere dipinti con colori molto evidenti.
Solo successivamente iniziarono ad affermarsi combinazioni cromatiche più vicine ai codici che conosciamo oggi, con una presenza crescente di bianco, nero e rosso.
È un’evoluzione importante.
Perché nella segnaletica il colore non serve a decorare.
Serve a comunicare.
Perché i segnali utilizzano forme e colori differenti?
Immaginiamo di dover leggere per intero una frase ogni volta che incontriamo un pericolo sulla strada.
Sarebbe poco pratico e, soprattutto, pericoloso.
La segnaletica deve invece permettere al cervello di classificare rapidamente l’informazione.
Per questo utilizza codici visivi ricorrenti.
La forma può anticipare la categoria del messaggio.
Il colore può suggerirne immediatamente la natura.
Il pittogramma completa l’informazione.
È una comunicazione costruita su diversi livelli.
Prima percepiamo la forma.
Poi il colore.
Infine interpretiamo il simbolo o leggiamo il testo.
Tutto può accadere in una frazione di secondo.
Il problema della visibilità notturna
Un cartello perfettamente leggibile durante il giorno può diventare quasi inutile quando cala la luce.
Anche questo problema dovette essere affrontato durante l’evoluzione della segnaletica.
Furono sperimentate differenti soluzioni, compresi tentativi di illuminazione dei cartelli attraverso lampadine.
Ma alimentare e mantenere un sistema di questo tipo lungo una rete stradale sempre più estesa era evidentemente complesso.
La soluzione arrivò attraverso materiali capaci di utilizzare la stessa luce prodotta dai veicoli.
Le superfici retroriflettenti permettono infatti di rimandare verso il conducente una parte della luce dei fari, aumentando notevolmente la visibilità del segnale durante la notte.
Un principio semplice ma straordinariamente efficace.
E ancora una volta design, tecnologia e sicurezza si incontrano nello stesso oggetto.
Quando i cartelli venivano rubati
La diffusione della segnaletica non fu sempre accolta con entusiasmo.
I primi cartelli furono infatti soggetti anche a furti e atti vandalici.
Tra gli aneddoti legati a questa fase pionieristica c’è persino quello relativo alle persone che erano abituate a guadagnare qualcosa indicando personalmente la strada ai viaggiatori.
Un cartello capace di fornire gratuitamente la stessa informazione poteva quindi essere percepito da qualcuno come un concorrente indesiderato.
È quasi divertente pensarci oggi.
Un semplice segnale stradale rappresentava, in qualche modo, una piccola innovazione tecnologica capace di rendere improvvisamente inutile un servizio che fino a quel momento veniva svolto dalle persone.
Le guerre e la distruzione della segnaletica
La costruzione di una rete organizzata di indicazioni stradali non procedette in maniera lineare.
Le due guerre mondiali rappresentarono inevitabilmente una brusca interruzione.
I cartelli vennero danneggiati o distrutti.
Ma non soltanto.
In situazioni di conflitto, fornire indicazioni precise sulle strade poteva significare aiutare anche il nemico.
Per questo la segnaletica poteva essere intenzionalmente rimossa, modificata o resa inutilizzabile per complicare gli spostamenti delle forze avversarie.
Un oggetto nato per orientare diventava improvvisamente qualcosa da eliminare proprio per disorientare.
È probabilmente uno degli esempi più evidenti dell’importanza reale di un sistema che oggi tendiamo a dare per scontato.
Il ruolo delle grandi aziende nella diffusione dei segnali
La ricostruzione e l’espansione della rete stradale italiana richiesero investimenti considerevoli.
Nel processo di sviluppo della segnaletica ebbero un ruolo anche importanti aziende private.
Tra i nomi storicamente associati alle iniziative del Touring troviamo realtà come Fiat e Pirelli, naturalmente molto interessate allo sviluppo della mobilità e della rete stradale.
Progressivamente aumentò poi il coinvolgimento delle amministrazioni pubbliche.
La segnaletica non poteva infatti continuare a svilupparsi soltanto attraverso iniziative private.
Servivano norme.
Standard.
Criteri comuni.
Responsabilità precise.
Era necessario trasformare un insieme di iniziative locali in un vero sistema nazionale.
Dall’iniziativa privata alla standardizzazione
Con la crescita del traffico automobilistico, la necessità di regole condivise divenne sempre più evidente.
Non bastava avere dei cartelli.
Era necessario che quei cartelli avessero significati coerenti.
Un conducente non poteva interpretare un colore in un modo in una città e in maniera completamente diversa qualche centinaio di chilometri più avanti.
La standardizzazione è quindi uno dei passaggi più importanti nella storia della segnaletica moderna.
Ed è interessante osservarla anche dal punto di vista del design.
La creatività, in questo caso, non consiste nell’inventare continuamente nuove forme.
Consiste nel costruire un linguaggio limitato, coerente e comprensibile da tutti.
Il Touring Club e la fine di una missione
Il contributo del Touring Club Italiano alla segnaletica stradale continuò per molti decenni.
Quello che era iniziato alla fine dell’Ottocento come risposta alle necessità di ciclisti e viaggiatori diventò progressivamente parte di un sistema molto più ampio e regolamentato.
Nel 1973 l’Ufficio Segnalazioni Stradali del Touring cessò la propria attività.
Non perché la segnaletica non fosse più necessaria.
Esattamente il contrario.
La sua funzione era ormai diventata parte integrante dell’organizzazione pubblica della rete stradale.
In un certo senso, la missione originaria era stata completata.
La segnaletica è graphic design?
Assolutamente sì.
Anzi, è probabilmente uno degli esempi più puri di design della comunicazione.
Un segnale non deve essere semplicemente bello.
Deve funzionare.
La sua efficacia può dipendere dalla leggibilità di una lettera.
Dallo spessore di una linea.
Dal contrasto tra due colori.
Dalla distanza alla quale un simbolo può essere riconosciuto.
Dalla capacità di distinguere rapidamente una forma da un’altra.
Sono gli stessi principi che ritroviamo, con obiettivi differenti, nella progettazione di loghi, pittogrammi, icone e sistemi di identità visiva.
Un buon simbolo funziona prima ancora di essere letto
Pensiamo al segnale di divieto d’accesso.
Non abbiamo bisogno di una frase che dica:
“Attenzione, da questa direzione non è consentito entrare.”
La forma e il colore sono sufficienti.
Questo è uno dei grandi obiettivi della comunicazione visiva:
trasmettere molta informazione utilizzando pochissimi elementi.
Naturalmente un logo e un segnale stradale hanno funzioni molto diverse.
Il primo deve identificare un brand.
Il secondo deve comunicare un’informazione precisa e spesso obbligatoria.
Ma condividono un principio fondamentale.
Entrambi devono essere riconoscibili rapidamente.
Perché la segnaletica funziona così bene?
Perché non cerca continuamente di reinventarsi.
Utilizza un vocabolario visivo coerente.
Ripete forme, colori e regole
Ed è proprio questa ripetizione a permetterci di impararne il linguaggio.
Dopo anni di utilizzo, non dobbiamo più analizzare coscientemente ogni elemento.
Lo riconosciamo.
La stessa dinamica, in una forma completamente diversa, avviene nella costruzione di una brand identity.
Un colore utilizzato una sola volta è soltanto un colore.
Una determinata combinazione cromatica ripetuta coerentemente per anni può diventare un elemento distintivo del brand.
Un simbolo visto una volta può essere dimenticato.
Un simbolo utilizzato con continuità può diventare immediatamente riconoscibile.
Il design migliore qualche volta è quello che non notiamo
Probabilmente questa è la caratteristica più affascinante della segnaletica stradale.
La utilizziamo continuamente senza pensare a chi abbia scelto quella forma, quel colore, quella freccia o quella particolare disposizione delle informazioni.
E forse è proprio questo il segnale che il sistema funziona.
Il design non deve sempre attirare l’attenzione su sé stesso.
Qualche volta deve semplicemente permetterci di capire qualcosa nel modo più veloce e naturale possibile.
La prossima volta che incontreremo un triangolo rosso, una freccia blu o un semplice pittogramma lungo una strada, probabilmente continueremo il nostro viaggio senza pensarci troppo.
Ma dietro quel segno apparentemente banale ci sono oltre cento anni di evoluzione, sperimentazione, tecnologia e comunicazione visiva.
E soprattutto una delle lezioni più importanti del graphic design:
quando un segno è progettato bene, bastano pochi istanti per capire cosa vuole dirci.
Cosa può imparare il branding dalla segnaletica stradale?
La segnaletica stradale insegna una delle regole fondamentali della comunicazione visiva: un segno efficace deve essere riconosciuto prima ancora di essere analizzato.
Lo stesso principio può essere applicato, con obiettivi naturalmente differenti, alla progettazione di un logo e di una brand identity.
Un’identità visiva efficace non dovrebbe costringere il pubblico a decifrare continuamente ciò che vede. Colori, tipografia, simboli e stile grafico devono essere utilizzati con sufficiente coerenza da diventare progressivamente familiari.
È proprio ciò che accade con i segnali stradali.
Un triangolo rosso visto una sola volta sarebbe semplicemente una forma geometrica. Dopo anni di utilizzo coerente è diventato invece un codice visivo che associamo immediatamente a una situazione di attenzione o pericolo.
Anche i brand costruiscono riconoscibilità attraverso la ripetizione.
Un colore utilizzato casualmente non crea identità. Un colore utilizzato con coerenza su sito, packaging, pubblicità, social e materiali aziendali può invece diventare parte del patrimonio visivo di un marchio.
Il design non diventa riconoscibile perché è complicato. Diventa riconoscibile perché è distintivo, coerente e utilizzato nel tempo.

