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Febbraio 2023

5 SORPRENDENTI CURIOSITÀ SUI LOGHI FAMOSI

5 SORPRENDENTI CURIOSITÀ SUI LOGHI FAMOSI

Scopri 5 fatti curiosi che non sapevi sull’interessante mondo dei loghi.

 

Dietro i loghi più famosi del mondo si nascondono storie, significati e dettagli che spesso passano inosservati. Alcuni contengono simboli nascosti, altri sono nati quasi per caso e altri ancora hanno alle spalle investimenti milionari.

Abbiamo raccolto 5 curiosità sui loghi famosi che raccontano quanto possa essere sorprendente la storia di un’immagine apparentemente semplice. Da Nike a Coca-Cola, da Toblerone a Lacoste: siete sicuri di conoscere davvero i loro loghi?

 

1) QUAL’È IL LOGO PIÙ ANTICO ANCORA IN USO?

 

Quando si parla dei loghi più antichi ancora utilizzati, Stella Artois viene spesso citata come uno degli esempi più longevi. Ma la storia è un po’ più complessa di quanto raccontano molte classifiche online.

Il marchio fa risalire le proprie origini al birrificio Den Hoorn di Leuven, in Belgio, fondato nel 1366. Il nome “Stella Artois”, però, sarebbe arrivato molti secoli dopo.

Il corno presente nell’identità visiva richiama proprio l’antico birrificio Den Hoorn — “il corno” — collegando graficamente il marchio contemporaneo alle sue origini storiche.

Più che affermare che lo stesso logo sia rimasto immutato per oltre sei secoli, è quindi più corretto parlare di una identità visiva che conserva elementi legati alle antichissime origini del birrificio.

Un bell’esempio di come un logo possa utilizzare la propria storia per rafforzare l’identità di marca.

 

2) QUANTO PUÒ COSTARE PROGETTARE UN LOGO FAMOSO?

 

La risposta è sorprendente: da pochissimo a cifre enormi.

Uno degli esempi più celebri è lo Swoosh di Nike. Nel 1971 Phil Knight affidò il lavoro a Carolyn Davidson, all’epoca studentessa di graphic design alla Portland State University.

Davidson realizzò diverse proposte e per il lavoro presentò una fattura di appena 35 dollari. Quel semplice segno sarebbe diventato uno dei loghi più riconoscibili del pianeta.

Naturalmente, anni dopo Nike ricompensò ulteriormente Davidson per il suo contributo.

All’estremo opposto troviamo i grandi progetti di rebranding, per i quali vengono spesso citate cifre di milioni di dollari.

Qui però bisogna fare attenzione: quando leggiamo che un’azienda ha speso decine o centinaia di milioni “per un logo”, quasi mai quella cifra rappresenta semplicemente il compenso pagato a un designer per disegnare il simbolo.

Un grande rebranding può comprendere strategia, ricerca, naming, identità visiva, packaging, comunicazione, segnaletica, campagne pubblicitarie e soprattutto l’applicazione della nuova immagine su migliaia di punti vendita, veicoli, edifici e materiali.

Il costo di un logo e il costo di cambiare l’identità di una multinazionale sono due cose molto diverse.

 

3) I SIMBOLI NASCOSTI NEI LOGHI: IL CASO TOBLERONE

 

Alcuni loghi nascondono dettagli che è difficile non vedere una volta scoperti.

Uno degli esempi più famosi è Toblerone.

La montagna utilizzata nell’identità del celebre cioccolato svizzero richiama il Cervino, ma osservandola attentamente è possibile individuare al suo interno la sagoma di un orso.

Non si tratta di una scelta casuale. Toblerone è storicamente legata a Berna, città che ha proprio l’orso come simbolo.

Curiosamente, questo elemento non è sempre esistito. Secondo la storia ufficiale del marchio, il Cervino comparve sulla confezione nel 1970, mentre la versione con l’orso nascosto nella montagna arrivò con un successivo redesign nel 2000.

È un perfetto esempio di utilizzo dello spazio negativo nel logo design: una seconda immagine viene integrata nella principale senza comprometterne la leggibilità.

E quando finalmente scoprite l’orso, probabilmente non riuscirete più a guardare il logo senza vederlo.

 

4) UN LOGO DA 35 DOLLARI DIVENTATO MILIARDARIO: LO SWOOSH NIKE

 

La storia dello Swoosh Nike merita qualcosa in più della semplice curiosità sul suo prezzo.

Carolyn Davidson ricevette l’incarico di creare un simbolo da applicare lateralmente alle scarpe. Il segno doveva comunicare soprattutto movimento e dinamismo.

Presentò diverse proposte e quella che sarebbe diventata lo Swoosh non provocò inizialmente un entusiasmo travolgente.

Phil Knight non ne era particolarmente convinto, ma decise comunque di utilizzarla. La stessa Nike ricorda che il suo commento fu, sostanzialmente, che non lo amava ma probabilmente si sarebbe abituato.

Mai previsione fu più azzeccata.

Quel segno semplicissimo sarebbe diventato uno dei simboli commerciali più riconoscibili al mondo, dimostrando un principio fondamentale del logo design: un logo non deve necessariamente raccontare tutto ciò che fa un’azienda.

Deve essere distintivo, riconoscibile e capace di acquisire significato nel tempo.

 

 

5) PERCHÉ LACOSTE HA UN COCCODRILLO COME LOGO?

 

La storia del coccodrillo Lacoste sembra quasi costruita appositamente per raccontare come nasce un grande marchio.

Nel 1923 il giovane tennista francese René Lacoste si trovava a Boston. Il capitano della squadra gli promise una valigia in pelle di coccodrillo che Lacoste aveva visto in una vetrina se fosse riuscito a vincere un importante incontro.

Lacoste perse la partita e quindi anche la scommessa.

La storia della valigia, però, arrivò alla stampa americana e, complice la tenacia dimostrata dal giocatore sul campo, contribuì alla nascita del soprannome “The Crocodile”. La stessa Lacoste conferma ancora oggi questa origine nella propria storia ufficiale.

Qualche anno più tardi, nel 1927, Robert George disegnò il celebre coccodrillo e René Lacoste iniziò a farlo ricamare sui propri blazer.

Quando nel 1933 nacque il marchio Lacoste, il coccodrillo divenne protagonista anche delle celebri polo.

Un soprannome nato da una scommessa persa si era trasformato in uno dei loghi più famosi della storia della moda.

 

Cosa ci insegnano i loghi più famosi?

 

Queste storie dimostrano che dietro un logo apparentemente semplice può esserci molto più di quanto vediamo: una casualità, una storia personale, un riferimento geografico, una strategia di branding o persino un significato nascosto.

Ma c’è soprattutto un elemento che accomuna molti dei loghi più famosi: la semplicità.

Un buon logo non deve necessariamente spiegare tutto. Deve essere riconoscibile, funzionare in dimensioni e contesti differenti e, soprattutto, permettere al pubblico di associarlo nel tempo a un’identità precisa.

Perché il vero valore di un logo non sta soltanto nel segno grafico con cui nasce, ma in tutto ciò che quel segno riesce a rappresentare nel corso degli anni.